In questa fase storica di attacco perdurante al Cristianesimo e ai Cristiani che professano pubblicamente la loro Fede pubblichiamo questo Articolo di Giulio Alfano, Professore all’Universita’ Pontificia Lateranense e Membro del CD dell’Associazione sul Rinnovamento della Chiesa con la “Praedicate evangelium” di Papa Francesco.
Questa Costituzione Apostolica è un testo guida organico, forte di dinamismo sinodale e frutto di un lungo lavoro comune, teso a rendere efficiente il compito di una rinnovata azione della Curia romana.
Giulio Alfano
Il magistero di Papa Francesco con la “Praedicate evangelium” ha voluto rinnovare l’ordinamento della Curia romana, che necessitava di un adeguamento all’urgenza delle nuove realtà e alla sfida dei tempi.
Questa Costituzione Apostolica entrata in vigore il 5 giugno 2022 in concomitanza con la solennità di Pentecoste e, non a caso in questa occasione, riguarda il servizio della Chiesa nel mondo. Possiamo dire che essa rappresenta certamente uno dei pilastri fondamentali del magistero di Sua Santità, per il passaggio nevralgico della sua azione riformatrice già avviata dall’inizio del suo pontificato. In questo fondamentale documento si approfondiscono i suggerimenti formulati dalle Congregazioni generali prima del Conclave che precedette l’elezione del Santo Padre, il quale subito dopo istituì un “coetus” ristretto, ovvero il Consiglio dei cardinali, per coadiuvarlo nel governo della Chiesa; ma anche per studiare un progetto di revisione della Costituzione Apostolica “Pastor Bonus” promulgata il 28 giugno 1988 da S. Giovanni Paolo II.
È bene analizzare la stesura e la realizzazione di tale progetto nel quale sono stati da subito inseriti gli obiettivi programmatici dell’azione pastorale di Papa Bergoglio, sviluppando un iter normativo che nell’arco degli anni di
pontificato ha visto avvicendarsi diversi schemi di modifica, con le proposte di trasformazione provenienti dalle diverse realtà ecclesiali, a cui si sono aggiunte nel tempo i consigli e le proposte della Congregazione per la dottrina della fede e del Pontificio consiglio per i testi legislativi.
La Curia è esposta anche alle cosiddette malattie curiali che lo stesso Papa ispirandosi agli scritti dei Padri del deserto, che richiamavano alla austerità della vita e alla purezza degli ideali evangelici, enumera fino a 15. Anzitutto la malattia del sentirsi immortali, immuni o indispensabili. L’antidoto è la grazia di sentirsi peccatori e di dire che siamo servi inutili, come dice Lc 17/10. L’altra malattia del martalismo, che viene da Marta, implicante l’eccessiva operosità, ci fa venire in mente l’ammonimento del filosofo francese Mounier sull’evitare l’ideologia della dominanza, tipica di quelli che si immergono nel lavoro trascurando la parte migliore: il Santo Padre ricorda infatti come Gesù abbia richiamato i suoi discepoli a riposarsi un po’ (Mc 6,31) perché trascurare il riposo necessario porta allo stress e all’agitazione. Mai come oggi tale ammonimento risulta prezioso!
Ma Papa Bergoglio ci esorta anche ad evitare la malattia dello “impietrimento” mentale e spirituale, di coloro che possiedono un cuore di pietra e un duro collo (Atti 7,51), i quali perdono o non riflettono sulla necessaria serenità interiore, diventando work machine e non uomini di Dio. E poi il Papa mette in guardia dal funzionalismo, dal cattivo coordinamento di chi perde il senso della koinonia e quindi della comunione fraterna; una malattia che investe coloro che pensano di non aver bisogno dell’altro. Ma mette in guardia. usando un espressione originale, da ciò che egli chiama “alzheimer spirituale”, con un espressione che può sembrare eccessiva ma calzante, ovviamente non esclusa
l’indifferenza verso gli altri che il Pontefice stigmatizza e che forse è uno degli assi portanti delle raccomandazioni che fanno da corollario a questo documento.
In un discorso del 2015, il Pontefice auspicava cose nuove che devono muovere la Chiesa sulla via del rinnovamento rendendola vicina alle dinamiche offerte ancora oggi dal Vangelo. Sono chiamate in causa sia le virtù che le stesse caratteristiche peculiari dell’essere Chiesa. È tale sollecitudine venne riaffermata nel discorso del 22 dicembre 2016 quando ha detto: “Mi è sembrato giusto ed opportuno condividere con voi il quadro della riforma, evidenziandone i caratteri guida, i passi compiuti ma soprattutto la logica del perché di ogni passo realizzato e di ciò che verrà compiuto. Non vi è dubbio che nella Curia il significato della riforma può essere duplice, anzitutto renderla conforme alla buona novella, conforme ai segni del nostro tempo ed a tutto ciò che di buono l’uomo ha raggiunto, ma al tempo stesso si tratta di rendere la Curia più conforme al suo fine che è quello di collaborare al ministero proprio del successore di Pietro”. Ecco, è importante illustrare come il Papa abbia inteso rinnovare e rendere più organicamente effettiva la visione di una organizzazione curiale di collaborazione, missione e presenza della Chiesa oggi.
Questo procedimento ha innescato meccanismi di consultazione in modo completamente conformi al modus operandi che ha contraddistinto negli ultimi anni la formazione di alcune leggi ecclesiastiche, per esempio il motu proprio “Mitis Iudex Dominus Iesus” sulla riforma dei processi di nullità matrimoniale del 2015; in questo senso “Praedicate Evangelium” presta una specifica attenzione ai profili dottrinali e giuridici, fermo restando le prerogative decisionali ancorate al diritto divino del legislatore supremo
della Chiesa, impegnatosi in prima persona durante tutto l’iter delle bozze che hanno poi condotto all’approvazione del documento.
Molto interessanti sono gli Interventi legislativi emanati da Papa Francesco nel processo di riforma della Curia Romana. Infatti nei 34 anni in cui è rimasta in vigore la Costituzione Apostolica “Pastor Bonus” promulgata da S. Giovanni Paolo II il 28 giugno 1988, varie modifiche sono state apportate ad essa sia dallo stesso Giovanni Paolo II che da Benedetto XVI, riguardanti nuove normative e l’aggiornamento di quelle già esistenti, fino all’istituzione di nuovi dicasteri nonché l’attribuzione di competenze da un dicastero all’altro, sempre con interventi volti da un lato a consolidare la centralità della prospettiva pastorale, dall’altro a coadiuvare il Romano Pontefice nell’impegnativo governo della Chiesa.
In questi anni molti interventi di Papa Francesco hanno di fatto anticipato la riforma stessa, come il motu proprio “Fidelis dispensator et prudens” del 24 febbraio 2014 con il quale sono stati costituiti nuovi organismi di coordinamento degli affari economici ed amministrativi della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano: Consiglio per l’economia; Segreteria per l’economia e Revisore Generale. In questo senso importanti sono la natura e funzioni di questi nuovi organismi. Infatti un primo aspetto su cui si concentra la Costituzione Apostolica è quello della missionarietà; la Curia romana è concepita come “locus missionis” che nel momento in cui svolge le sue attività è chiamata ad annunciare il Vangelo e la misericordia di Dio.
Essa pertanto deve farsi protagonista di un ininterrotto sforzo di conversione spirituale, ma anche strutturale, promosso dalla consapevolezza della duplice dimensione, spirituale e professionale, del servizio che alla Curia
medesima dovrebbe essere prestato con il più alto senso di collaborazione, di corresponsabilità e di rispetto verso la competenza altrui. Dice infatti il Santo Padre che “impegnativo dovere deve essere quello dei discepoli missionari, mostrando esempio di dedizione, spirito di pietà, di accoglienza a quanti ad essa si rivolgono, e di servizio”.
I primi articoli della “Praedicate Evangelium”, a differenza della legislazione previgente, si sofferma sull’indole pastorale delle attività curiali, per rimarcare tuttavia la peculiarità di esse, ovvero sollecitando competenza e capacità nella materia in cui si è chiamati a prestare la propria attività. Integrità interiore ed attitudine professionale costituiscono quindi un binomio inscindibile ed uno dei tratti più salienti del volto rinnovato dell’assetto curiale. Questo è particolarmente ricordato a proposito del titolo II, dopo il preambolo introduttivo, e ciò nell’esortazione del documento pontificio è contenuto nel ribadimento di scongiurare l’insediamento di centri di potere inamovibili, le tentazioni di carrierismo, soprattutto indicando come le nomine per questo debbano essere “ad quinquennium”. Un aspetto molto speciale riveste l’attenzione mostrata agli officiali chierici e membri di istituti di vita consacrata o società di vita apostolica, che al termine del quinquennio devono far ritorno di regola nella loro eparchia, o società di appartenenza, quantunque il loro incarico possa essere prorogato se le autorità della Curia lo ritengano opportuno.
Il Santo Padre sottolinea come “ogni istituzione curiale compie la propria missione in virtù della podestà ricevuta dal Romano Pontefice, in nome del quale opera con podestà vicaria nell’esercizio del suo munus primaziale; per tale ragione qualunque fedele può presiedere un dicastero o un organismo, attesa la peculiare competenza, podestà di governo e funzione di questi ultimi”.
Tale affermazione presuppone che gli uffici siano occupati da chi abbia competenza specifica e non soltanto perché possiede una carica gerarchica, per fare in modo che svolga in maniera adeguata ed efficace il suo compito con la podestà trasmessagli a nome del Romano Pontefice. In questo senso occorre comprendere che tale trasferimento di podestà che qualunque fedele può ricevere dal Papa, è un impegno di responsabilità nella comunione di governo delle istituzioni curiali e, con tale concezione della Curia romana, ciò che la anima deve essere anche la spiritualità come recita il numero 6.
Il cambiamento della Curia delineato nel documento quindi riguarda anche il piano spirituale, fermo restando, come recita l’art 7, l’integrità personale e professionale. Non disgiunto da ciò va ricordata la sottolineatura incisiva della collaborazione tra i dicasteri, nonché le differenti caratteristiche in un quadro d’insieme articolato e completo. Si nota l’insistenza anche in questo ambito da parte del Santo Padre sulla necessità di incontri periodici tra i dicasteri e i loro rappresentanti con il Romano Pontefice, per garantire fervore, empatia e collaborazione trasparente ed efficace.
Ritorna nelle parole di Papa Bergoglio il riferimento al Concilio e soprattutto il “fil rouge” con l’insegnamento di S. Paolo VI per far sì che nella Chiesa e nella Curia la scintilla della divina carità possa dar fuoco ai principi, alle dottrine e ai propositi che il Concilio stesso ha predisposti ed infiammati di carità, in modo da operare davvero nella Chiesa, ma anche nel mondo quel rinnovamento di pensieri,
attività e costumi, ma anche gaudio e forza morale, che è e resta lo scopo del Concilio stesso.
È la communio su cui il Papa insiste: i postulati 5 e 12 riguardano infatti i rapporti tra le istituzioni che compongono la Curia romana e tra i componenti delle singole istituzioni curiali. In tale ambito, la comunione è l’empatia spirituale che trova la sua efficace applicazione in termini di collaborazione e di coordinamento tra i diversi livelli.
Il preambolo ed i principi e criteri per il servizio della Curia romana della” Praedicate Evangelium” forniscono le chiavi di lettura per l‘analisi dei 250 articoli che compongono il documento, prima di passare in rassegna in modo dettagliato e preciso le istituzioni della Curia romana, partendo dalla Segreteria di Stato, fino ai rapporti con gli Stati e sulla riorganizzazione dei dicasteri e sulle nuove istituzioni. Non va dimenticata la valorizzazione dell’apporto dei christifideles laici nella compagine curiale. Infatti la “Praedicate evangelium” puntualizza che ogni istituzione curiale compie la propria missione in virtu della podestà del Pontefice e tramite tale affermazione il legislatore sembra prendere posizione circa una complessa questione dottrinale ampiamente dibattuta tra “potestas ordinis” e “potestas iurisdictionis”, nel senso che tutti i laici uomini e donne possono esercitare quest ultima all interno della Curia.
Si tratta di una grande novità perché dirime la questione della capacità dei laici di ricevere uffici che comportano esercizio di podestà di governo nella Chiesa purchè non richiedano la ricezione dell’ordine sacro, talché affermano indirettamente che la potestà di governo nella Chiesa non viene dal sacramento dell’ordine ma dalla missione canonica. Cosi l’art.14,1 prescrive che ogni istituzione
curiale è retta dal prefetto o equiparato che la dirige e rappresenta, mentre la “Pastor Bonus” prevedeva che i dicasteri fossero retti da un cardinale prefetto o da un arcivescovo presidente.
Costituisce un innovazione la categoria dei dicasteri ove confluiscono le ex Congregazioni ed ex Pontifici consigli dando luogo ad un uniformazione ed a un realtà nominale di dicastero che determina una solida struttura organizzativa. Come nuova istituzione è il dicastero per la carità (art. 79/81), in precedenza elemosineria apostolica, che è un espressione speciale della misericordia e, in quanto tale, in linea con gli obiettivi principali della nuova riforma assume un ruolo significativo all’interno della Curia romana.
In conclusione, una lettura esaustiva della “Praedicate evangelium” sottolinea come siano stati riuniti in un unico “corpus iuris” i provvedimenti in maggioranza motu proprio che hanno aggiornato la Curia romana durante tutto il periodo di costruzione e definizione della riforma. Le innovazioni razionalizzanti operate con la riduzione dei dicasteri hanno l’obiettivo di evitare soprapposizioni di competenze e rendere il lavoro più efficace e tempestivo, con le 29 istituzioni descritte.
Non va dimenticato il metodo sinodale utilizzato, che ha contribuito a riordinare in modo generale i diversi provvedimenti legislativi succedutisi in diversi anni; e ciò per attuare un salutare decentramento indicato anche fra i principi per la riforma della Curia romana elencati all’inizio del documento pontificio, ponendo la Curia a servizio del Papa e delle chiese locali, perciò rendendola veramente efficiente, ma anche effettivamente competente. Una Chiesa, dunque, orientata alla sua principale missione che è quella di evangelizzare il mondo nel crinale di storia che ci è dato affrontare.
Ed è questo il motivo essenziale per cui la “Praedicate evangelium” non si deve classificare in termini di mera riorganizzazione tecnico giuridica della Curia stessa, bensì come realtà viva e complessa di efficienti accorpamenti di competenze, compiti, missioni. Il cammino intrapreso da Papa Francesco, anche se in modo graduale, va in direzione di un testo guida organico, forte di dinamismo sinodale e frutto di un corposo e lungo lavoro comune, teso a rendere efficiente ed aggiornato il compito di una rinnovata azione della Curia romana. In definitiva la Curia Romana resta una comunità di lavoro al servizio del Romano Pontefice quale garante della comunione ecclesiale, spirito e viatico della missionarietà evangelica della Chiesa che si stringe attorno al suo Papa in spirito di comunione sinodale.








