Stefania Brancaccio, Imprenditrice, Cav. del Lavoro della Repubblica e Accademico Emerito di Umanesimo ed Etica per la Società Digitale si sofferma, con L’IMPRESA HA BISOGNO (ANCHE) DI SORRIDERE, sul rapporto tra la cultura aziendale, la resilienza del tessuto economico meridionale e il benessere organizzativo, in pratica esamina l’esigenza di integrare approcci costruttivi di relazione e vitali all’interno delle dinamiche di lavoro e del buon clima aziendale.
«DAMMI, O SIGNORE, IL SENSO DELL’UMORISMO. CONCEDIMI LA GRAZIA DI COMPRENDERE UNO SCHERZO, AFFINCHÉ CONOSCA NELLA VITA UN PO’ DI GIOIA E POSSA FARNE PARTE ANCHE AD ALTRI».
È un passaggio della celebre Preghiera del buon umore, tradizionalmente attribuita a san Tommaso Moro e particolarmente cara a Papa Francesco. Mi ha sempre colpito che in una preghiera si possa chiedere a Dio anche questo. Il senso dell’umorismo. Qualcosa che potrebbe apparire quasi marginale rispetto alle grandi domande della vita e che invece contiene una sapienza profonda. Saper sorridere significa anche saper ridimensionare noi stessi, non considerarci sempre il centro di tutto, attraversare una difficoltà senza permetterle di occupare tutto lo spazio della nostra esistenza. E allora mi sono chiesta perché una parola così importante nella vita debba quasi scomparire quando entriamo nei luoghi di lavoro. Abbiamo imparato a misurare quasi tutto nelle nostre aziende, produttività, qualità, sicurezza, consumi, emissioni, formazione, benessere organizzativo. Abbiamo costruito indicatori sempre più sofisticati per capire se un’impresa sia efficiente, sostenibile e capace di affrontare il futuro. Ma non misuriamo il buon umore. E soprattutto non parliamo quasi mai di ironia. È una parola che sembra non appartenere al linguaggio della produzione. Io invece ho sempre creduto nel suo valore all’interno dell’azienda e oggi vorrei avere il coraggio di considerarla qualcosa di più di una caratteristica personale. Credo possa essere una qualità del lavoro e persino una forma di leadership. Naturalmente parlo dell’ironia intelligente, mai di quella che ferisce o mette qualcuno in ridicolo. Parlo della capacità di alleggerire una tensione senza ignorarla, di affrontare un imprevisto senza trasformarlo in un dramma, di riportare un problema alla sua dimensione reale. E penso soprattutto all’autoironia di chi ha responsabilità di guida.
Un imprenditore capace di sorridere anche di se stesso non perde autorevolezza. Forse ne acquista. Riconoscere un proprio errore, accettare di essere contraddetti, riuscire qualche volta a sorridere persino delle proprie debolezze non cancella i ruoli. Rende semplicemente più umana la distanza che inevitabilmente esiste tra chi deve decidere e chi con quella decisione dovrà confrontarsi. E quando diminuisce la distanza spesso aumenta la fiducia. Dopo tanti anni vissuti in azienda sono arrivata a pensare che abbiamo confuso troppo spesso la serietà del lavoro con la pesantezza del lavoro. Un’impresa deve essere seria. Nei risultati, negli impegni, nella qualità di ciò che produce, nel rispetto dei collaboratori, dei clienti e dei fornitori. Deve essere competitiva, esigente, capace di decidere e, quando necessario, anche di correre. Ma perché dovrebbe essere un luogo emotivamente pesante? C’è poi un altro aspetto nel quale ho sempre creduto, l’energia del fare. Non significa riempire ogni minuto o chiedere alle persone di correre continuamente. È quel ritmo positivo che nasce quando un’azienda ha obiettivi chiari, quando ciascuno sa che cosa deve fare e soprattutto comprende perché il proprio lavoro sia importante anche per quello degli altri. Ho osservato negli anni che dove esiste questa energia cambia anche la qualità delle relazioni. Si riducono naturalmente i tempi morti, i pettegolezzi, le piccole rivalità e quella parte della vita aziendale che finisce per consumare energie senza produrre nulla. Non perché qualcuno abbia imposto il silenzio o accelerato artificialmente i ritmi, ma perché le persone sono coinvolte in qualcosa che sentono anche proprio. Forse il benessere nel lavoro è anche questo. Non eliminare la fatica, che appartiene inevitabilmente al lavoro, ma evitare tutta quella fatica inutile che nasce da un ambiente che non funziona. Essere esigenti senza essere aggressivi, autorevoli senza essere distanti, lavorare intensamente senza vivere nell’affanno. E riuscire persino a sorridere senza essere per questo meno professionali. Forse anche questa è economia civile. Un’economia civile che non rimane nelle dichiarazioni di principio, ma entra ogni mattina negli uffici e nei reparti, nelle riunioni, nelle relazioni tra colleghi, nel rapporto tra chi dirige e chi collabora e persino nel modo in cui affrontiamo insieme una giornata difficile. Abbiamo parlato molto, e giustamente, di sostenibilità economica, ambientale e sociale. Vorrei provare ad aggiungerne un’altra. La sostenibilità emotiva dell’impresa. Non so se riusciremo mai a costruire un indicatore capace di misurarla. Ma forse possiamo cominciare ponendoci una domanda molto semplice. Quale clima produciamo mentre produciamo? Perché un’impresa può consumare le energie delle persone oppure può moltiplicarle. E la differenza non nasce sempre da una grande strategia o da una nuova procedura. Qualche volta può cominciare da qualcosa di molto più semplice. Persino da quel senso dell’umorismo che una vecchia preghiera ci insegna ad avere il coraggio di chiedere.
Stefania Brancaccio
Cav. del Lavoro della Repubblica e Accademico Emerito di Umanesimo ed Etica per la Società Digitale (www.umanesimodigitale.eu)
PS. Ho riportato, Io, il grassetto nell’Articolo che Stefania Brancaccio mi ha autorizzato a pubblicare e in questo contesto che riguarda il sorridere in azienda, senza essere per questo meno professionali, come spiega l’Amica Stefania, aggiungo un aneddoto personale: il libretto “Il Buonumore, quinta virtù cardinale” che mi regalò in età giovanile negli anni ’70 S.J. Vincenzo Insolera, Segretario Nazionale delle Congregazioni Mariane che divulgavano l’amore e il culto per la Madre di Gesù Cristo. Padre Insolera alle quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, aggiungeva una quinta virtù: il buonumore e diceva che non apprezzare il buonumore sarebbe non apprezzare uno dei valori più importanti della vita…“Il cristiano sereno e sorridente testimonia meglio la Sua Fede, perché sa che Dio gli ha dato una vita d’anni sulla terra per un’altra eterna nell’aldilà. Ha un domani. Tra il buonumore e la fede c’è un simpatico gemellaggio” Padre Insolera, nel suo insegnamento della vita e delle opere di Maria, infondeva la sua grande umanità e spiritualità accompagnate sempre da un sano buonumore: tutti ci sentivamo bene con lui. Una Sua testimonianza e ricordo personale: mi ha fatto l’onore di venire a Bari per celebrare il 19/Aprile/1971 il mio Matrimonio con Maria Grazia Labellarte nella Basilica di San Nicola, 55 anni fa! Deo Gratias, Antonino Giannone.








