Omelia di + don Mimmo Battaglia- Cardinale Arcivescovo di Napoli
19 settembre 2026 (sangue sciolto alle 10.04)
“Che l’unico sangue di cui dovremo parlare sia il tuo. Nessun altro. Perché non voglio più venire qui, davanti alla tua ampolla, e dover dire che il tuo sangue assomiglia a quello dei bambini uccisi. Non voglio più dover dire che il tuo sangue si mescola idealmente a quello delle vittime innocenti. Non voglio più nominare la Palestina. Non voglio più nominare l’Ucraina. La camorra una guerra senza dichiarazione. Senza divise. Senza trattati di pace. Ma è guerra.
Perché ogni volta che un ragazzo viene arruolato dalla strada abbiamo perso una battaglia. Ogni volta che un bambino cresce pensando che il denaro facile sia l’unica strada possibile, abbiamo perso una battaglia. Ogni volta che una madre teme che suo figlio non torni a casa, abbiamo perso una battaglia. Ogni volta che qualcuno compra il silenzio di un quartiere, abbiamo perso una battaglia. E permettetemi di dirlo con chiarezza: non c’è nulla di religioso nella camorra. Nulla.
Non basta una medaglia al collo. Non basta un’immagine sacra sul comodino. Non basta inchinarsi davanti a una statua. Puoi accendere cento candele a San Gennaro: se spegni la vita di tuo fratello, quelle candele non fanno luce. Puoi portare una Madonna sulle spalle, ma se sulle spalle degli altri hai caricato paura, ricatto e violenza, quella processione non ti assolve. Puoi perfino pronunciare il nome di Dio. Ma Dio non diventa complice perché qualcuno ne pronuncia il nome. La camorra è bestemmia. Prende un ragazzo e gli ruba il futuro. Prende un quartiere e gli ruba la fiducia. Prende il bisogno e ne fa mercato. Prende la paura e ne fa potere. Prende il sangue e ne fa moneta.
E allora, Gennaro, anche qui: facci la grazia. Liberaci. Ma non soltanto dai camorristi. Sarebbe troppo comodo. Liberaci dalla mentalità camorristica. Dal favore chiesto invece del diritto. Dalla raccomandazione invece del merito. Dal silenzio quando dovremmo parlare. Dalla convenienza quando dovremmo scegliere. Dall’idea che essere furbi sia meglio che essere giusti. Dal pensare: «Non mi riguarda». Perché è precisamente con milioni di «non mi riguarda» che il male costruisce i suoi regni. Il martire invece è l’uomo a cui tutto riguarda. Gennaro è qui per questo. Non perché il suo sangue faccia spettacolo. Ma perché il suo sangue faccia memoria. Un uomo, un giorno, ha preferito perdere la vita piuttosto che consegnare la propria coscienza al potere. Questo è un martire. Uno che dice al mondo: tu puoi prendere il mio corpo, ma non avrai la mia libertà. E forse per questo il suo sangue continua ancora a inquietarci. Perché noi veniamo qui per vedere se il sangue si scioglie. Ma forse è Gennaro che viene qui per vedere se ci siamo sciolti noi. Se si è sciolta la nostra durezza. Se si è sciolta la nostra indifferenza. Se si è sciolta quella terribile crosta che ci permette di sapere tutto e di non sentire più niente.
Quest’anno però, Gennaro, voglio chiederti di più. Non mi basta domandarti di sciogliere i nostri cuori. Ti chiedo una cosa quasi impossibile. E forse proprio per questo te la chiedo.
FAMMI LA GRAZIA DELL’ANNO PROSSIMO.
Fà che il 19 settembre dell’anno prossimo possiamo entrare in questa Cattedrale senza dover aggiungere un’altra guerra all’elenco. Fa’ che nessuno abbia bombardato una casa. Che nessuno abbia sparato a un ragazzo. Che nessuno abbia scavato una fossa. Che nessuna madre abbia dovuto riconoscere suo figlio da una scarpa, da una fotografia, da un brandello di vestito. Fà che i potenti abbiano avuto finalmente il coraggio di essere più grandi delle loro armi. Fà che chi vive di guerra abbia scoperto la vergogna. Fà che chi vive di camorra abbia scoperto che esiste una vita diversa. Fà che chi ha paura trovi qualcuno disposto a camminargli accanto. Fà che Napoli non debba più seppellire i suoi ragazzi. Fà che i bambini della Palestina possano tornare semplicemente bambini. Fà che i bambini dell’Ucraina possano imparare il suono della notte senza dover distinguere un tuono da un missile. Fà che in ogni terra la parola domani torni a significare qualcosa.
E permettimi, Gennaro, di consegnarti anche un desiderio.
Un desiderio che vorrei trasformare in una promessa. Vorrei che il prossimo anno, quando torneremo qui a celebrare ancora una volta la tua festa, potessimo venire davanti a te non soltanto per chiederti qualcosa, ma per ringraziarti di qualcosa che sarà accaduto nella nostra città. Vorrei poterti dire: grazie, Gennaro, perché Napoli ha finalmente scelto di prendersi cura dei suoi bambini e dei suoi ragazzi. Perché abbiamo imparato a non accorgerci di loro soltanto quando una tragedia esplode, quando un ragazzo muore, quando una periferia diventa il volto di una ferita che avremmo dovuto vedere prima. Grazie perché abbiamo imparato a prenderci cura prima. Prima che una difficoltà diventi abbandono, una fragilità diventi rabbia, la solitudine diventi violenza, un ragazzo smetta di credere di avere un posto nel mondo.
Vorrei ringraziarti perché avremo avuto il coraggio di mettere davvero i più piccoli al centro. Non dei discorsi, ma delle scelte. Della politica, della comunità tutta, della nostra città. Perché Napoli non può essere grande soltanto nelle sue piazze, nei suoi monumenti, nella sua bellezza e nella sua capacità di attirare il mondo. Una città è davvero grande quando sa prendersi cura delle persone che quella bellezza la abitano, soprattutto delle persone più fragili.
E l’anno prossimo vorrei poterti ringraziare anche per un altro miracolo: quello di una città che ha imparato a unire le proprie forze. Perché Napoli ha tante energie, tante persone generose, tante realtà che ogni giorno si spendono. Ma abbiamo bisogno di imparare a camminare insieme. A fare cordata.
Una cordata vera: non una fotografia nella quale tutti stanno insieme per un giorno, ma una responsabilità reciproca. Sapere che se uno scivola, l’altro lo tiene. Che la salita non appartiene al più forte, ma a tutti. Che per andare più in alto bisogna legare la propria vita a quella degli altri.
Tra istituzioni e cittadini. Tra scuola e famiglia. Tra Chiesa e territorio. Tra associazioni e servizi. Tra chi ha responsabilità pubbliche e chi ogni giorno vive nelle periferie. Tra chi possiede competenze e chi porta sulle proprie spalle l’esperienza concreta delle ferite. Una cordata nella quale nessuno pensi di poter fare tutto da solo. E nessuno si senta autorizzato a dire: «Non è affar mio». E allora, San Gennaro, se il prossimo anno potremo tornare qui e dirti che Napoli ha cominciato davvero a fare questo, io vorrei ringraziarti. Non perché avremo risolto tutto, né perché saremo diventati una città perfetta. Ma perché avremo scelto una direzione: stare dalla parte dei più piccoli, mettere in comune le nostre forze, non lasciare indietro nessuno.
E allora sì, Gennaro. Il prossimo anno torneremo. Apriremo quella cassaforte. Prenderemo l’ampolla. La solleveremo ancora davanti a questa città. E qualcuno domanderà: «Il sangue si è sciolto?» E io vorrei poter rispondere: Sì. Si è sciolto. Ed è l’unico. L’unico sangue versato che oggi ricordiamo. L’unico sangue che abbiamo aspettato. L’unico sangue che scorre davanti ai nostri occhi. Perché fuori da questa Cattedrale nessun uomo ha versato quello di suo fratello. Quello sì sarebbe il miracolo. Non soltanto il sangue di un martire che torna liquido. Ma un’umanità che finalmente smette di versare il sangue dei suoi figli. E una città che diventa una cordata di fraternità. Perciò oggi te lo chiedo. Come figlio di questa città. Come vescovo. Come uomo.
BASTA RAGAZZI UCCISI. BASTA BAMBINI SOTTO LE MACERIE. BASTA MADRI SENZA FIGLI. BASTA UOMINI CONVINTI CHE UCCIDERE SIA UNA SOLUZIONE. BASTA MAFIE. BASTA CAMORRE. BASTA GUERRE.
FAMMI QUESTA GRAZIA, GENNARO.
Fa che quando torneremo qui, tra un anno, l’unico sangue che avremo visto scorrere sia il tuo. Solo il tuo. E forse allora capiremo che il miracolo, finalmente, non è accaduto nell’ampolla. È accaduto nel mondo”
+ don Mimmo Battaglia- Cardinale Arcivescovo di Napoli








