SE I GIOVANI CERCANO QUALCUNO IN CUI CREDERE

Una riflessione di Stefania Brancaccio, rivolta non solo ai Nativi Digitali, ma anche alle altre generazioni. Stefania Brancaccio è Cav. Lavoro della Repubblica Italiana, Imprenditrice dell’UCID (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti) nota anche per aver introdotto in Azienda  innovazioni di Welfare per le Donne. E’ tra gli Accademici Emeriti di Umanesimo ed Etica per la Società Digitale.

Un ragazzo di sedici anni viene arrestato a Como perché inneggia alla jihad e diffonde propaganda suprematista, neonazista e antisemita. È un fatto grave, sul quale saranno gli investigatori e la magistratura a fare piena luce. Ma c’è qualcosa che, al di là della vicenda giudiziaria, mi ha colpito: la sua età, sedici anni. A sedici anni si dovrebbe avere davanti un mondo ancora da scoprire. Si dovrebbe poter cambiare idea cento volte, cercare la propria strada, sbagliare, ricominciare. E invece un ragazzo può arrivare a cercare nell’odio una certezza e nel fanatismo un’appartenenza. Non conosco quel ragazzo e non voglio azzardare spiegazioni che non mi competono. Mi interessa un’altra domanda, forse più scomoda perché riguarda noi adulti: che cosa stiamo offrendo ai giovani perché abbiano qualcosa in cui credere? Da anni diciamo che sono fragili, disorientati, impazienti, prigionieri dei social. Li osserviamo, li studiamo, misuriamo le loro competenze, discutiamo delle professioni che dovranno imparare per affrontare un mondo dominato dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale. Facciamo bene. Ma qualche volta ho l’impressione che, mentre ci preoccupiamo moltissimo di prepararli al futuro, ci preoccupiamo un po’ meno di dare loro una ragione per desiderarlo. Un giovane non ha bisogno soltanto di opportunità. Ha bisogno di sentirsi parte di qualcosa. Di sapere che la sua presenza conta, che esiste un posto nel quale è atteso, una responsabilità che qualcuno è disposto ad affidargli, un adulto che non gli dica semplicemente che cosa deve fare, ma gli mostri con il proprio comportamento che alcune cose meritano impegno, fatica e perfino qualche rinuncia. Forse è proprio questo uno dei problemi del nostro tempo. Abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicare e abbiamo indebolito molti dei luoghi nei quali si imparava ad appartenere. E quando viene meno un’appartenenza vera, può diventare seducente persino un’appartenenza sbagliata. Il fanatismo, del resto, offre risposte terribilmente semplici. Ti dice chi sei, chi sono quelli come te e, soprattutto, chi sono quelli contro di te. Non ti chiede di convivere con il dubbio e con la complessità, che sono invece la fatica e insieme la ricchezza di una società libera. Per questo credo che non basti domandarci come tenere i giovani lontani dai cattivi maestri. Dovremmo chiederci dove siano i buoni maestri. E non penso a figure eccezionali, né a qualcuno che salga in cattedra per impartire lezioni sui valori. Penso a noi genitori, insegnanti, imprenditori, professionisti, rappresentanti delle istituzioni, a quegli adulti che un ragazzo incontra ogni giorno e dai quali, molto più di quanto immaginiamo, impara che cosa significhi diventare grande. Lo vedo anche nel lavoro. Quando un giovane entra in un’impresa non cerca soltanto un lavoro e uno stipendio. Cerca anche un luogo nel quale crescere, capire quanto vale, assumersi delle responsabilità e sentire che ciò che fa ha un senso. Perché c’è una differenza tra voler essere importanti e sentirsi utili. Essere importanti significa cercare il riconoscimento degli altri; sentirsi utili significa sapere che ciò che facciamo serve a qualcuno, che qualcuno conta su di noi. Ed è così che un giovane comincia a capire di avere un posto e un ruolo nella comunità. Il fanatismo può dare a un ragazzo l’illusione di essere importante contro qualcuno. Una comunità deve riuscire a fargli scoprire che può essere importante per qualcuno. Non voglio naturalmente trasformare una vicenda estrema nella fotografia di una generazione. Sarebbe ingiusto. Incontro tanti giovani preparati, curiosi, generosi, molto meno superficiali di come talvolta li raccontiamo. Non credo affatto che siano una generazione perduta. E proprio per questo penso che dovremmo smettere di chiedere soltanto a loro che cosa intendano fare del proprio futuro. Una parte della domanda appartiene a noi. Quale società gli stiamo consegnando? Quale esempio di vita adulta? Quale idea del lavoro, della responsabilità, della libertà? E soprattutto noi siamo ancora capaci di mostrare, con i nostri comportamenti prima ancora che con le nostre parole, che costruire è più difficile che distruggere, ma infinitamente più bello? Contrastare l’odio, vigilare sulla rete e fermare chi rappresenta un pericolo è compito indispensabile dello Stato. Ma esiste un lavoro che comincia molto prima e che nessuna legge potrà fare al posto nostro. È riempire di senso quello spazio nel quale un ragazzo cerca di capire chi è e chi vuole diventare. Perché se noi adulti lasciamo vuoto quello spazio, qualcuno sarà sempre pronto a occuparlo. E allora, davanti alla storia di un sedicenne, forse la domanda non è soltanto come impedire ai giovani di scegliere una strada sbagliata. È anche chiederci quale strada siamo ancora capaci di mostrare loro.

Fonte Corriere del Mezzogiorno, 12 agosto 2026

 

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